Enrico e Francesca #8

“Io non provo niente, e no tu non sai di cosa parlo. Quel poco che provo, ad ogni modo, non è bello, anzi diciamo che fa cacare, però Enrico, se non provo nient’altro, non devo comunque tenermelo? Ho paura, ok? E sai che mi costa dirtelo, ma immagino sia il prezzo da pagare.
Comunque io sto lì, a volte, occhi spalancati e respiro veloce, a fissare il buio e il niente e ad aspettare, a pormi domande già evidentemente troppo cerebrali ma a pormele ugualmente. E non arriva niente, ok? Nessuna pietà, nessun rimorso, nessun senso di colpa – tranne quello di non averne -, ma questa è quasi una battuta, perché come senso di colpa non vale. E niente amore, o dolore se è per questo, niente gioia e niente rancore, niente di niente. E non ho mai capito che cazzo volesse dire “eccezione che conferma una regola” però ok, sei tu quell’eccezione, e sì, la regola è davvero confermata. C’è differenza, allora. Ok. Però non rompermi i coglioni e sopratutto non rompermeli con cose difficili. E se sono troppo diversa dalla persona che speravi o immaginavi io fossi, avrai la compiacenza di farmelo notare il meno possibile, perché non è detto che anch’io, a volte o se capita, come diresti tu, non mi faccia male. E sei un pezzo di merda anche tu, ma questo giusto per la cronaca. Nemmeno io so tanto bene come fare a liberarmi di te. Non ora ma nel caso, come hai detto tu. E che bella espressione del cazzo. Ora te ne vai per favore? Senza fare storie? Senza rimanerci male e senza prendertela. Ho bisogno di dormire. Di stare sola e di dormire.”
La chiama il giorno dopo, dopo essersene andato senza dire una parola, baciandole una guancia, dopo aver esitato per qualche istante in cui non gli veniva niente da dire.
“È lì che ti infili nel letto di tua sorella? Quando ti senti a quel modo?”
“Hm. Ma non è questa la domanda che avresti dovuto farmi.”
“Cesca… tu non mi devi niente. E non c’è niente che devo chiederti. Se poi vuoi dire qualcosa dilla.”
“Per te provo molto, Enrico. Il normale molto, credo. Attorno non c’è una struttura. Attorno non c’è niente. A volte mi arrabbio per il semplice motivo che esisti. Ti tiro calci, perché per quanto possa non piacermi sono fatta di autoconservazione. Mi piace pensare di essere la persona che sono con te, e non questa stronza infastidita, ma la distinzione rischia di essere molto sottile, o inesistente: quella sono sempre io. Non ti chiedo neanche se a te sta bene, perché è chiaro che non può starti bene.”
“Sono cose… delicate, Cesca. Che comprendo molto poco perché, per me, queste cose”
Lo interrompe: “Di un altro pianeta.”
“Silenzioso. Senz’altro. Anche se quel libro non l’ho mai finito. Troppa paura.”
“Paura? Tu? E di cosa?”
“Di un pianeta silenzioso. Di te. Della bellezza.”
“E va meglio?”
“Infinitamente. Ora che parliamo; ora che non siamo più preda di una guerra tanto adolescenziale quanto cretina.”
“Addirittura.”
“Se tutte le guerre sono sbagliate, Cesca, quella tra me e te è un grado ulteriore di idiozia. Sei la persona più bella che abbia mai conosciuto. E la cosa ancora migliore è che lo sei per me. Non in assoluto. Per tornare al discorso di partenza: non mi importa quanti difetti ti ascrivi, o cosa più importante quante ferite hai addosso e dentro. Non posso giudicarti perché non c’è un termine di paragone. Tu sei quella persona, e lo sarai sempre. Sei quella persona punto e basta.”
“Tu mi assomigli. Ed è un bene, perché ci evita molte cose che non sopportiamo. Chiudiamo?”
“Sì.”
“A domani.”
“No: non stavo mettendo le mani avanti. Non voglio una scusa, o la coscienza pulita. In caso di danni. Voglio questa cosa. Questa è la mia seconda infanzia. Voglio dividerla con te. È qui che è bello, non la mia camera o il salotto. Se vedo dei mostri, o degli uomini cattivi, te ne parlo. Tutto qui. Se ti ho detto alcune cose, è perché è giusto che tu le sappia. Ora non dire niente, perché ti stai chiedendo cosa succede in caso di danni, ed è giusto che sia così.”
“Non mi sto chiedendo questo. Non mi sto chiedendo nulla.”
“Ma devi. Perché per me non c’è una risposta, e non c’è nemmeno niente a cui pensare. Fuori di qui non c’è niente, nemmeno io. Capisci? Devi pensarci tu.”
“Non c’è niente a cui pensare. Tu non mi devi niente, ci sei adesso e se poi non ci sarai più… è strano che sia così, per quanto mi riguarda, non il contrario.”
“Per la tua autostima faremo qualcosa.”
“No, non c’entra. Io me la cavo. È la stima che ho di te.”
“Ma perché?”
“Non lo so. Nella misura in cui non devo prenderti a schiaffi come una tredicenne cretina, hai una caparbietà che a me non appartiene. E nemmeno agli altri. Un po’ di gente la conosco. Ma non sei pedante, o noiosa, o seriosa. Le cose con te stanno lì anche se le buttiamo a ridere. Restano vere. Il vuoto e la noia sono due bestie che temo alla stessa maniera. Penso tra me e te magari me la cavo.”
“Tu non hai niente che non vada. Non sei né vuoto né noioso.”
“Questo è ciò che pensi tu.”

Pubblicato da tungstano

Scrivo un blog letterario, o almeno ci provo.

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