Enrico e Francesca #7

Enrico entra in classe, sul filo della campanella come al solito, Francesca è già lì e sembra che le sia passata, perché ha un’espressione calma, e quando lo vede gli sorride. Lui tira un sospiro di sollievo e si limita a sorriderle di rimando e a sedersi, tira fuori dallo zainetto un paio di libri di lettura ed un quaderno e si predispone alla passiva disattenzione con cui affronta le ore scolastiche da un annetto a questa parte.
Durante la prima ora, mentre un professore discorre stancamente del pensiero di Leibniz, Francesca si sporge verso di lui e gli bisbiglia in un orecchio:
“Abbiamo iniziato col piede sbagliato. Anzi, diciamo che l’ho fatto io. Ti va di essere il mio compagno di banco?”
Lui si volta e studia per qualche istante l’espressione di lei: è serena e sembra contenta, ha qualcosa di furbesco nello sguardo.
“Certo che mi va. Ma non siamo obbligati, te l’assicuro. Basta far passare qualche giorno e poi parliamo coi professori. Io e Nicola, intendo. Torniamo ai posti di prima, o alla peggio io non torno a sedermi con lui ma Anna torna a sedersi qui. Ok?”
Francesca scuote la testa, divertita.
“No, c’ho pensato. Potrebbe essere divertente. Sempre se per te va bene.”
“Te l’ho detto.”
Lei sfoggia un sorrisone e annuisce con convinzione.
“Allora è deciso,” dice. “Compagni di banco.”
Sembra davvero molto contenta. Enrico, confuso da reazioni ed emozioni tra loro incompatibili e per lui poco comprensibili, fa per chiederle “ma avevi detto,” però lei lo interrompe:
“Lascia perdere. Dimenticatene. A volte sono…” cerca la parola, è lui a interromperla:
“Anche tu lascia perdere. Non mi interessa come sei a volte. Mi interessa se sei contenta.”
“Sono contenta.”
“Ok. Allora per adesso resto qui. Poi se cambi idea, o non ti trovi bene, o qualunque altra cosa, mi sposto.”
Francesca annuisce, e per il resto dell’ora restano in silenzio, limitandosi a sorridersi di tanto in tanto quando Enrico sposta lo sguardo verso di lei, mentre il professore, lungi dal riprenderli per le poche frasi che hanno scambiato e sembrando anzi incuriosito dall’interazione tra due degli studenti che reputa più brillanti, prosegue nella stanca spiegazione su Leibniz.
Al cambio dell’ora, invece di schizzare fuori a far pausa come farebbe di solito, Enrico si trattiene in classe, sembrandogli forse sgarbato il contrario. Francesca, ancora in stato di grazia, non smette di sorridergli, e indicando i libri che lui ha riposto sotto il banco, rigorosamente a faccia in giù, gli chiede:
“Ti dà fastidio?”
Lui fa segno di “no” con la testa, un’espressione che dice “perché dovrebbe.”

Pubblicato da tungstano

Scrivo un blog letterario, o almeno ci provo.

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