Enrico e Francesca #4

Gli squilla il telefono, e lui intorpidito non capisce subito, poi rotola su se stesso, portandosi su un fianco, e risponde, sollevando la cornetta e portandola a bocca e orecchio con gli occhi ancora chiusi.
“Pronto…”
la voce cavernosa e bassa, rendendosene conto la schiarisce, e ripete:
“Pronto.”
“Buongiorno,” dice lei, allegra. E poi:
“Che fa la mia persona preferita?”
Enrico sorride, ancora intontito dal sonno, provando ad aprire gli occhi, piano piano.
“Ha un gran mal di testa. Però è contenta di sentirti.”
“Non vai proprio d’accordo col risveglio, tu. Pensavo fosse la mattina. Ma è l’una passata, quindi non c’entra. E non ti chiedo che hai combinato ieri sera. Non per sentirti rispondere le solite cose. Quali saranno, poi, queste solite cose?”
“Ma quanto parli?”
Se la ride, e anche lei. Poi dice, con tono da presa in giro, facendosi via via più serio:
“Le solite cose… sono le solite. Non importanti né belle, fatte a perder tempo. Che ansia, Cé.”
“Cosa?”
“Tutto. Niente. Il tempo e riempirlo di cose inutili. Come stai?”
“Basta dire non mi va di rispondere. Non c’è bisogno che svicoli, per cambiare argomento.”
“L’ho dato per scontato. Cambiare argomento. Passando a: come stai?”
“Così.”
“Come mai?”
“Così, Enrico, così. Perché faccio cacare, perché non è così che funziona. Non me ne frega davvero un cazzo di nessuno.”
Ci pensa per un istante, poi si affretta a dire:
“Non parlo di te, ovviamente.”
Enrico ha ancora gli occhi chiusi, lei invece è seduta su una poltroncina, accanto ad un tavolinetto con su un centrotavola di pizzo, e una lampada da salotto e il telefono, una rubrica per gli indirizzi in pelle nera e un blocchetto per gli appunti, una penna e un paio di matite accanto. Quello di lui è un cordless, quello di lei ha il filo. Lei tiene le gambe accavallate strette, la schiena dritta, lui è steso sulla schiena, leggermente spostato su un fianco, e tiene il telefono nell’incavo tra spalla e testa, senza mani. Francesca prende la penna, una Bic nera, e inizia a disegnare delle piccole figure elicoidali su uno dei foglietti. Enrico le chiede:
“Ok ma è successo qualcosa? In particolare.”
Lei risponde a voce bassa. Più bassa del solito.
“Che vuoi che sia successo? Le solite cose.”
Ci pensa su per qualche istante, poi aggiunge, quasi divertita, di un divertimento cinico:
“La cosa davvero comoda del non fregarsene di nessuno è che non ti frega nemmeno di quello. Voglio dire: il mio unico senso di colpa è non avere sensi di colpa,” (lo dice a mo’ di cantilena,) “e non è un granché, come senso di colpa.”
“Sì va bene, ma c’è un dato di fondo che continui a tralasciare.”
“Cioè?”
“Cioè che anche tu sei la mia persona preferita. Perché sei la mia migliore amica, e ti voglio un mondo di bene. E te ne vorrò sempre, perché non c’è nessuno al mondo che ti assomigli anche solo da lontano, o da lontanissimo, da… cento chilometri in mezzo a una folla oceanica. Quindi non dico che questo risolva il problema, e tu diventi migliore di quello che sei, o magari anche solo diversa da quello che sei, però può essere che… chi se ne fotte, del problema. Cesca… io ti ascolto parlare, e lo capisco che hai delle difficoltà, te lo sento nella voce e me ne hai parlato altre volte, però per quanto mi ci provi non ci riesco proprio, a fottermene qualcosa. Capisci?”
Francesca ha smesso di disegnare, e dice, d’un fiato:
“Io capisco sempre che vuoi dire.”
“Anche quando parlo storto e non ci si capisce niente?”
Lei ride, scaricando la tensione. I muscoli dello stomaco, irrigiditi, hanno degli sbalzi, e si rilassano mentre sghignazza.
“Soprattutto,” dice. E:
“Ne faccio una questione di principio. Di onore, meglio. Capirci quando non ci si capisce, nel senso”
“Ho capito,” la interrompe lui, calmo, “hai voglia di camminare insieme?”

Pubblicato da tungstano

Scrivo un blog letterario, o almeno ci provo.

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