Una stanza #1

Dormivo molto, durante il periodo trascorso nella stanza, e non avevo un rapporto felice con lo scorrere del tempo – intendo dire: passava con molta difficoltà. Dormivo circa quattordici ore al giorno, e per alcuni mesi ho fatto riferimento a questo prolungato riposo scandendo chiara la frase nella mia mente “che cosa è la notte”, senza punto interrogativo. “Che cosa è la notte” scandivo svegliandomi verso le nove, dopo aver dormito le undici ore notturne, “che cosa è la notte” mi capitava di ripetere quando a sera ero stanco e avrei voluto ritirarmi nel mio dolce sonno. Altre volte ho invece fatto riferimento al sonno come alla “piccola morte”, citando Sclavi e ripensando, come sto facendo adesso, al fumetto in cui lo definisce così. Ricordo vagamente questo omino che butta giù due compresse di sonnifero, augurandosi sostanzialmente di crepare il prima possibile, e una strada su cui si svolgono quotidiani eventi marginali: un cane portato a passeggio, una signora che annaffia le piante di un balcone, dei bambini che giocano a “campana”.

Ma sto divagando.

Dicevo del sonno, delle undici ore notturne a cui si andavano ad aggiungere le tre ore pomeridiane, qualcosa che non costituisce tanto una pennichella, o pisolino, parola che mi piace molto di più, quanto un vero e proprio rimettersi a dormire durante la giornata, all’incirca tra l’una e le quattro del pomeriggio, subito dopo aver consumato un pasto. Sotto le coperte ben rimboccate, sonni profondi o, a seconda del periodo, dormiveglia prolungati in cui scompare il pensiero e la produzione di melatonina va alle stelle.

Per farla breve, dormivo davvero un bel po’, ma è questa una delle strategie più basilari per sopravvivere tre anni in una stanza.

Le mie migliori amiche, invece, erano le sigarette, visto che amo fumare e poche cose rendono questo amore libero e vitale come la noia e la solitudine. Appena sveglio e appena prima di dormire, subito dopo i tre caffè del mattino ed il quarto nel pomeriggio, per scandire le mezz’ore e mangiare cinque minuti qua e là al tempo che non trascorre, perché no in caso di risveglio notturno (o pomeridiano), all’inizio alla fine e durante le sessioni di studio e tre o quattro per la durata di un film standard, cinque o sei se il film si spinge oltre l’ora e trentotto minuti (è ciò che intendo per “film standard”).

In questi giorni (quelli trascorsi dall’ultimo post, intendo), ho pensato parecchio a quella stanza, e al mio starci dentro così a lungo. L’ho fatto senza emozioni particolari, chiedendomi più che altro cosa se ne possa mai raccontare, e la risposta che mi sono dato è: “non molto”. Al contempo, però, ho pensato che la stanza vada tenuta sempre ben presente, soprattutto da chi legge questo blog o da chi lo scrive, perché non rappresenta né un approdo né una partenza, ma un’attesa, formativa in se stessa, uno stillicidio di giorni sì pietosi ma al tempo stesso gravidi di vita nuova, vita vera, qualcosa che non era dato percepire mentre i giorni trascorrevano ma che appare chiara adesso, una evidente gestazione di futuro.

E chissà perché.

Io, in quella stanza, così a lungo, esaurite le forze, perse le speranze, abbandonato il pensiero. Io che non scrivevo, non amavo, non vivevo, mi limitavo a soffrire in perfetto silenzio e attendere che fosse domani, cercando nel frattempo di dormire il più possibile. Ho fatto persino dei viaggi, in perfetto silenzio e attesa, dormendo il più possibile e fumando troppo, in particolare ricordo la grande casa nei pressi di Madrid dove, ospite di parenti acquisiti, ho trascorso alcuni Capodanni, la stanza – miglior replica mi fosse possibile della stanza da cui questa narrazione prende il titolo – calda e il balcone talvolta ghiacciato, altre solo freddo, dove uscivo per fumare, l’aria pulita e la vista sulle colline e sulla residenza estiva del dittatore Franco, la croce – credo fosse dell’Escorial – lì poco lontano.

Ma chissà perché, dicevo, e davvero mi interrogo, mano sul mento che mi fa somigliare alla faccetta di whatsapp che, appunto, si porta la mano al mento e guarda in alto, interrogativo.

Bene, anche questa volta penso di aver scritto quel poco che avevo dentro, e anche questa volta mi accomiaterò ringraziandoti per aver letto, ovunque tu sia, chiunque tu sia. Buonanotte, e grazie, perché questo poco per me è importante, mi dispiace solo non essere di più per poterti dare di più.

Ma un passo alla volta, come si suol dire, non è detto che sia impossibile.

Pubblicato da tungstano

Scrivo un blog letterario, o almeno ci provo.

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