Una stanza – Prologo

Ho trascorso tre anni in una stanza. Volendo, avrei potuto uscirne, ma non ne avevo voglia, e l’ho fatto il meno possibile. Ora che ci penso, non posso dire con certezza che siano stati tre anni. Forse sono stati quattro, o forse due e mezzo. Chi può dirlo. Non è facile mantenere il senso del tempo, quando si sta in una stanza. Comunque sia, non prendevo droghe, né facevo sesso, o parlavo con qualcuno, se è per questo, non guardavo la tv e non facevo sport, per dirla con la canzone, e non facevo molto altro se non studiare, con alterni risultati, e seguire a volte qualche streamer su Twitch (non vi spiegherò cosa sia uno streamer o Twitch, perché sarebbe come cercare di spiegare cosa sia Facebook o Youtube, ovvero qualcosa di noto e stranoto ma che, se sconosciuto a qualcuno, vaglielo a spiegare).

È difficile scrivere di tre anni trascorsi in una stanza. Soprattutto se, mentre lo fate, vi perdete a parlare al telefono per un’ora e l’idea stessa di riuscire a descrivere millenovantacinque – centinaio più, centinaio meno – giorni persi ormai nel tempo e nella memoria non vi appare più come difficile bensì come “fuori dalla vostra portata”.

Buonanotte dunque, amato lettore, fa’ sogni d’oro e sappi che un po’ ti invidio: tu potrai scegliere, se leggere o non leggere, incuriosirti o trovare interessante o persino appassionarti ma, soprattutto, sarai libero di chiudere e mandarmi al diavolo assieme ai miei umili scritti; io, all’opposto, qui sono e qui resto, volente o nolente, alle prese con i mille e passa giorni in una stanza: da rendere e descrivere, far percepire e perché no rivelare, con il loro carico di noia, sofferenza, frustrazione sorda, ma anche così ricchi di insegnamenti e prospettive, lezioni da imparare, qualità da acquisire e tenersi strette, in un modo per cui ritengo che – adesso che ne scrivo ancor più compiutamente – non potrei nemmeno esser qui oggi, comodo nella mia sedia da scrivania, sereno ed assonnato, a parlarti, senza ringraziare quei giorni. È difficile definirli un bene, e non li augurerei a nessuno che non fosse il mio peggior nemico, ma l’ho appena fatto: la verità è che ringrazio quei giorni, quei tre anni, e li considero alla stregua di un bene prezioso.

Tu sei doppiamente fortunato, ora che ci penso, perché oltre a potertene fregare potrai al contrario nutrirtene senza dover per questo patirli. Continua a leggere, se ti va, perché continua ad essere vero che è per te che scrivo, e solo il pensiero di te che leggi riesce a smuovermi dalla mia innata pigrizia (e in questo momento, le tre del mattino, dal sonno che mi pesa sugli occhi).

Ti auguro lunga vita, lettore, e con un ultimo inchino lascio la scena.

Pubblicato da tungstano

Scrivo un blog letterario, o almeno ci provo.

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