Enrico e Francesca #3

“Quella era una domanda, a dire il vero. Non lo so cos’ho provato. Quella sera in particolare, in relazione a quell’evento in particolare. Non sono un granché bravo, con le definizioni.”

Al telefono, Francesca ha voluto sapere cosa lui abbia provato la sera in cui ha smesso di credere in Dio. Lui ha risposto: “Rabbia? Solitudine?” e poi come sopra, ad una richiesta di maggiori dettagli.

  “Hm. Lo so,” dice lei, “voglio dire: si vede.”

“E quando dici si vede intendi che lo vedi tu, giusto?”

“Beh sì. Perché sorridi? Ti sento sorridere.”
“Non lo so perché sorrido. Non me ne accorgo. Tu di te capisci ogni minimo dettaglio, vero?”

  “Più o meno.”
Enrico ha un piccolo scoppio di riso.

“Sembra noioso,” commenta.

  “E tu giustamente te la ridi.”

  “Perdonami. È che lo capisco. Anch’io ero così.”

“E poi che hai fatto?”

  “Niente. Che vuoi che ci abbia fatto? Ho solo smesso di farlo.”

“Hai ragione.”

  “Ha senso, no? È difficile smettere di pensare ad ogni cosa pensandoci ulteriormente.”

  “Ho capito. Basta che smetti di ridertela.”

  “Almeno ridi anche tu.”

  “Non stai per dirmi che sono bella quando rido, vero?”

  “Continui a mettermi dei paletti che continuo a trovare… com’è che ho detto l’altra volta?”

  “Scontate. Cioè, scontati. Quelle erano le cose.”

  “Ok. Questa non era scontata, era… boh, non trovo una parola.”

“Inqualificabile?”

  “Ma nemmeno. È proprio che… non lo so, a volte è come se parlassi con qualcun altro. Qualcun altro che con me c’entra poco o niente.”

  “È che… mi sfogo, credo. È dall’asilo che ne sento di tutti i colori. O meglio, di un colore solo: vomito.”

  “Tipo?”

“Ma non è tipo, è… che è sempre.”

“Ho capito, ma fammi un esempio.”

“Un esempio… vediamo… lo conosci Giorgio Panieri?”

  “Hm-hm, l’ho conosciuto proprio l’altra sera. Dopo essermene andato da casa tua. Beh?”

  “Siamo… amici di famiglia, no? E da piccoli, ci portavano al mare insieme. Lui, verso i sette-otto anni, decide che… si è innamorato di me, o non lo so.”

“Ok. Beh?”

  “Ogni giorno, Enrico, ok magari non proprio ogni giorno, ma abbastanza spesso perché io me la ricordi così”

“Eh.”

Come sei carina oggi, Cesca.”

  “Con quel tono?”

  “Questo tono esatto. Tra la cantilena e la poesia di Natale davanti ai parenti e”

  “l’abisso?”

  “Hm. Cioè cosa gli dici? Oltre ad un grazie che sprofonda entrambi nell’imbarazzo – ma non sono nemmeno sicura di questo entrambi, fosse stato entrambi lui avrebbe smesso, cazzo.” 

  “Ok. Mi sono fatto un’idea. Potevi dirgli tu no.”

“Sì, avrei potuto dirgli così.”

“Ho detto qualcosa di sbagliato? Era una battuta.”

  “Massì, l’ho capito. Non preoccuparti.”

“Ok.”

  “Ad ogni modo, io arrivai al punto di vestirmi malissimo, con cose vecchie o strappate o colori a cazzotti negli occhi, e questo sia perché speravo desistesse sia per… studiare il fenomeno, mettiamola così, e… mi stai trovando terribilmente arrogante?”

  “Ma no, sto solo cercando di farmi un’idea. Lo so che è così.”

“Giusto. Tu sai sempre com’è.”

  “Tu hai un’idea di me che è un po’…” 

“Come?”

  “Un po’… meglio così ma ti sbagli e poi non dire che non te l’avevo detto.”

  “Dobbiamo seriamente fare qualcosa per la tua autostima.”

“La mia autostima non c’entra. Io me la cavo. Ti ripeto: è la stima che tu hai di me. Comunque sia, Cesca, forse non è necessariamente vero che sei più o meno bella quando fai questa o quella cosa, ma è sicuramente bello vederti ridere.”

Lei ride.

  “E adesso per questa frase mi dai dei soldi. Io ci campo con queste stronzate. O almeno aspiro a farlo.”

“E quanto dovrei darti, sentiamo.”

Ride anche lui, ma non subito, solo mentre risponde:

“Adesso non essere indelicata. O poco elegante. Una cosa che vuoi tu, a piacere.”

Un caffè come i parcheggiatori abusivi.”

“Brava. Hai colto lo spirito. Ti ricordi quella mattina in cui abbiamo fatto x e siamo andati al parco con Cristina?”

“Sì. Beh? Che c’entra.”

“Nulla. Mi è venuto in mente, così.”

Ti è venuto in mente, così, perché…”

“Perché ti voglio bene e mi dispiace che abbiamo litigato.”

Lei ride, poi alza la voce, per scherzo:

“Ma che c’entra col parco e con Cristina?”

Ride anche lui.

“C’entra che venti minuti fa ho fumato una canna gigante e ora non sono tanto capace a pensare e figurati a parlare.”

“Ecco.”

“C’entra che quello si chiama essere amici. Pensavo fossimo amici. E non mi è mai passato per la testa di poter essere geloso di te, o di Cristina, o vice-versa, o di poter stare insieme. All’inizio non avevo capito. Te lo giuro. Dopo sì, o forse nemmeno, comunque sia ero incazzato, e non per la cosa in sé, ma per la caduta di stile, e perché l’ho vissuto come un tradimento. Comunque non farlo. Non comportarti come una tredicenne cretina. Ok?”

“Ok. Però, Enrico, non ingigantire la cosa. È un mese che mi chiedi scusa, in un modo o nell’altro. Non è successo niente. Va tutto bene. Ok?”

Ci pensa per qualche secondo.

“Ti ho fatto male, Cesca. Non mi importa se tanto o poco. Anzi: te ne ho fatto poco, e allora sì, ok, mi passerà. Ma non è una cosa da poco. Ero contento, capisci? Non so che cazzo mi sia preso, però so che mi ha preso. Ero contento di farti male. Di vederti triste. Di saperti sola. Di metterti in difficoltà. Non va bene manco per un cazzo.”

Ora è lei che ci pensa per qualche secondo.

“Enrico… non so come spiegarmi, aspetta. Mettiamola così: io non sono speciale, ok? Né fragile o delicata, né un maledetto fiore nel deserto. Sono una stronza, fredda ed egoista, e con te mi sono comportata esattamente così, da stronza fredda ed egoista. E mi ha fatto bene quel pochino di male, e a quanto pare ti sei fatto parecchio male anche tu, però io ti ho a mala pena toccato, eh, sono stata brava. Sono stata stronza, ma per fatti miei, per lo più. Ed è passata, ora ci siamo solo io e te, cioè: siamo solo io e te?”

Risponde di getto:

“Non la vedo più. Né nessun altro. Sì che siamo solo noi due.”

“Allora basta. Non pensarci più. Voltiamo pagina. Pensi di farcela? Pensi di poterti perdonare i grandi atti di malvagità commessi nei miei confronti?”

“Massì. E ti ho spiegato com’è, lo so che non è successo niente. O chissà cosa.”

“Ho capito. Però basta, davvero. È un mese che ti fai bloccare da questa cosa. Adesso basta. E datti una svegliata, già che ci sei.”

“Dattela anche tu, se ci tieni tanto.”

È risentito, poi le chiede subito scusa. Lei ride.

“Ancora! Enrico: io non mi faccio male, non mi offendo per ogni cazzata, non voglio che mi parli con la vocetta dolce per non farmi mai mai e poi mai del male

Ora è lui a ridere e a interromperla:

“Non mi sembra di parlarti con nessuna vocetta dolce, né tutte quelle altre cazzate.”

“Puoi fare di meglio. Non sono una principessina, ok? Puoi dirmi quello che vuoi. Anzi, devi. E no, assolutamente no, non mi do nessuna svegliata. Ma è perché sono presuntuosa e pigra e voglio che fai tutto tu. O quasi. Ma non mi rode dentro nessun grande dilemma e nessun insormontabile senso di colpa. È solo questione di… stronzaggine. Tu da domani questa cosa la dimentichi, ok?”

“Va bene.”

“Promesso?”

“Sì.”

“No, devi dire promesso anche tu. Cazzo ma l’hai mai visto un film d’amore?” Gli fa il verso: “- Promesso? Sì. – Tu sei un ritardato.”

“Dai, riprova, vediamo se ci riesco.”

“Ok. Da domani questa cosa te la dimentichi. Me lo prometti?”

“Sono d’accordo.”

  “Coglione.”

“Sono incline ad acconsentire.” Se la ride. “Propendo per una serena collaborazione in tal senso.”

“Sto per sbatterti il telefono in faccia.”

“Sentiti libera.”

“L’hai voluto tu.”

“No aspetta.”

“Che vuoi?”

“Tu la smetti di parlare sempre e solo male di te stessa?”

“Ahia. Ci risiamo. La principessina deve capire di essere un delicatissimo fiore nel deserto. Non attacca, Enrico. Io sono quello che sono. E sono contenta di piacerti. Molto contenta. Ma non significa che sia migliore di quello che sono. Non provo niente, Enrico, e non me ne fotte niente di nessuno. Tranne te e due o tre altre eccezioni famiglia compresa. E non va bene. Non è così che voglio essere, non è così che sono le persone che mi piacciono. Ad esempio tu. Esasperanti buonismi a parte. Scusa. Ho esagerato.”

“Non fa niente. Perché continui a non capire. Non si tratta di esasperante buonismo. Si tratta di aver paura di quanto si può essere ciechi. Ti ho sempre voluto bene. Non mi vengono bene le parole per dire quello che sento per te. Allora come cazzo ci si ritrova a voler far male a quella stessa persona? Mi spaventa quanto si può sbagliare, e le conseguenze di questi sbagli.”

“Per ora le conseguenze sono che anch’io ti ho sempre voluto bene, e che anch’io ora non saprei bene come dire. Che siamo qui io e te e potremmo non andarcene mai, che meglio come è andata  se ci ha insegnato la fragilità di alcune cose. O chiamala come ti pare. Mi sento molto banale in questo momento, non farmi dire altro. Se non che… ok, niente, non volevo offenderti. E considera un’altra cosa: non c’è niente di male a… picchiarsi, di tanto in tanto.”

“Qualunque cosa tu dica.”

“Se hai qualcosa da dire dilla.”

“Non ero ironico.”

“Lo sembravi. Ad ogni modo, perché?”

“Perché sei l’unica persona assolutamente convinta che non ci sia nulla a cui appartenere. E io sono d’accordo. E sei la persona più sveglia che abbia mai conosciuto. Ergo qualunque cosa tu dica. Tranne i rigurgiti da tredicenne cretina e i comportamenti da ape regina di questo cazzo.”

“E la spocchia intellettuale? La presunzione?”

“Rendono tutto più divertente. Sei realmente convinta di essere più intelligente di me. Potrei passare il resto della vita a smentirti, solo per vedere come la cosa ti innervosisca, anche se cerchi di nasconderlo perché non sta bene voler essere migliori degli altri a tutti i costi, e soprattutto più intelligenti.”

“Non è detto che non accada. Il resto della vita, intendo.”

“Per me… Mi ci vedi con chiunque altra?”

“Beh, diciamo che ti ci ho visto.”

“Massì, volevo dire”

“Ho capito che volevi dire. Oddio. Adesso ti rimetti sui ceci per un altro paio di mesi? Era una battuta. Comunque sì, la risposta è . Ti ci vedo eccome. Tutte quelle troiette che ti girano intorno. E brutto come sei, poi.”

Su “brutto come sei” lui scoppia a ridere. Quando si riprende dice:

“Ma quali? Ma dove?”

“Non vedo perché dovrei dirtelo. Anzi, ho già detto troppo. Per fortuna sei lento.”

“Non riesco a capire se sei seria o no, o tutt’e due. Ad ogni modo, mia cara, c’è un rovescio a quella medaglia.”

“Quale medaglia? E quale rovescio. Illuminami.”

“Beh, tu tra qualche annetto cadrai a pezzi, io sarò sempre e solo più affascinante. Quindi goditela finché dura.”

“Può essere. Oppure tu continuerai ad essere brutto, io mi porterò bene gli anni, come si dice, e sarò ancora bella, o fica, se preferisci.”

“Cesca, tu gli anni potrai portarteli bene finché vuoi, ma da qui a dire che non ti mollerò per una ventenne col culo sodo ce ne passa. Il tuo orologio biologico fa tic-tac, fa tic-tac e non si ferma.”

Francesca sorride, ma più che altro è intenerita.

“Va bene,” dice dopo qualche istante, “stiamo dicendo cazzate. Ci vediamo domani?”

“Hm. Che fai adesso?”

“In linea di massima mi masturbo, Enrico. Perché mi fai sempre questa domanda?”

“Non lo so. Perché mi va. Perché mi piace sapere che stai facendo. Anche se certi dettagli potresti tenerli per te.”

“Poco romantici?”

“Buonanotte, Cesca.”

“Notte.”

Pubblicato da tungstano

Scrivo un blog letterario, o almeno ci provo.

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