Enrico e Francesca #2

La aspetta sotto casa, e poi passeggiano verso il centro, ad occhi bassi, senza parlare. Di tanto in tanto lei si ferma, e lui deve fare lo stesso, e voltarsi, allora lei riprende a camminargli accanto.
“Che fai?” le chiede divertito.
Lei si limita a fare spallucce.
Arrivati su un marciapiede largo, sporco e pieno di negozi, le chiede:
“Posso tenerti la mano?”
Lei fa spallucce.
“Sì,” dice.
Fanno cinquanta metri a questa maniera, poi le lascia la mano.
“È molto scomodo,” commenta.
Lei ride, si ferma e annuisce.
“È che non riesci ad andare dritto,” gli dice.
Lui sbuffa.
“E quanti cazzi.”
Ridono, poi tornano a guardarsi, seri.
“Che ti va di fare?” le chiede.
Lei si stringe nelle spalle, mima un’espressione esasperata.
“Bella domanda. Non lo so proprio. Tu che vuoi fare?”
Lui scuote la testa, il labbro inferiore sporto in avanti.
“Ah boh. Niente in particolare. Mi basta che ci sia tu, credo.”
Francesca annuisce, le sorridono gli occhi.
“Bella risposta,” commenta.
Anche lui si stringe nelle spalle.
“È la verità.”
Gli riprende la mano e riprende a camminare.
“Con i tuoi amici che fai?”
Lui ridacchia.
“Niente che possa o voglia anche solo vagamente proporti. Tu coi tuoi?”
Lei si volta a guardarlo.
“Amici?”
Lui fa “mh,” e lei ripete, come per se stessa, “che ci faccio con i miei amici,” poi più niente.

Camminano sotto brutti portici di una periferia sporca, lentamente, evitando di guardarsi attorno ma notando tutto, e quel tutto disprezzandolo o, più semplicemente, avendone paura. Continuano a tenersi per mano solo a volte, e il resto del tempo si sfiorano ed è lei a cercare quella di lui o altre volte lui la tira in una direzione o nell’altra, poi mentre le parla lei non dice più niente però stringe più forte, su alcune frasi o per dirgli “guarda” o “zitto,” stringe e fa un cenno con la testa o la scuote appena e una piccola smorfia, labbra serrate perché di alcune cose non vuole parlare o non vuole le si parli.

Dove c’è un cavalcavia e un grosso incrocio si fermano, Enrico solleva un braccio in direzione del cavalcavia, l’indice puntato sulla base della struttura, dove è più sporca e annerita dai fumi di scarico:
“Fantascienza. Nei peggiori paesaggi urbani,” poi la guarda, lei stringe gli occhi e annuisce.
Lo smog e la fuliggine, le macchine in corsa o ammassate ai lati delle strade, “non abbiamo scelta,” ridono, “a destra ci investono e dritto… boh, non so nemmeno cosa c’è, o se c’è qualcosa.”

Enrico trova che Francesca sia triste, e silenziosa e bellissima, che parli pochissimo o mai, ed è quando lo guarda e non dice nulla, o se gli sorride e bisbiglia qualcosa di provocatorio o sporco, di cattivo o magari un segreto. Così la notte ha gli occhi sgranati, e il respiro pesante, e resta immobile a respirare e sogna di lei e non si accorge di avere la bocca aperta e di deglutire con difficoltà, e ogni mattino successivo quando la vede è molto vicino a commuoversi e di tutto questo non si accorge perché ha sempre negli occhi quella bellezza, e dentro quella meraviglia.

Francesca ha dentro tanta rabbia da poter uccidere un uomo, però pensa “forse se non gli faccio male mi posso salvare”, allora sorride o prova tenerezza ed è del resto molto strano che Enrico esista, e se questo ancora può essere capito è perché non abbia schifo di lei che proprio non le torna. In più riesce a farla ridere, lei che non ride mai, e a dirle cose che la interessino lei che trova la maggior parte degli esseri umani molto noiosi, e questo non fa mai male, o può farlo? Ed Enrico è divertito e peculiare nel modo di essere spesso assente o leggero e strafottente ma pur sempre attento e non vuoto, o vano come la maggior parte della gente che conosce, e questo lei può accettarlo, di questo lei può non fare carne da macello.

Sanno del resto di non essere speciali, e non diversi in fondo da chiunque altro, però lo sono l’uno per l’altra, e c’è senza dubbio qualcosa di nuovo alle loro vite che solo esiste perché esistono ora l’uno per l’altra. E hanno un modo di guardarsi, magari da lontano attraverso la classe e i corpi estranei, quasi senz’espressione e di annuire appena, di chi dica “ho capito che vuoi dire,” senza essersi detti nulla e rivolti a niente in particolare, rivolti a qualcosa che si può cogliere appena oltre la superficie delle cose, ed è nel modo di contrarre appena le palpebre, a volte, o sorridere in decine di modi diversi, o guardarsi stando in silenzio senza fare o dire nulla e restare così, il più a lungo possibile, ed esser tristi al pensiero di andar via.

Sono di fronte al mare, che è un’altra delle pochissime cose riescano a trovare in questa città, e sono timidi e impauriti ed estremamente rispettosi l’uno dell’altra, Francesca se lo guarda, non tanto bello ma nemmeno brutto del resto, e ha smorfie divertite e compiaciute e non vuole rispondere a domande, gli stringe le mani e scuote la testa quando lui fa per chiedere “che ridi?” o “che c’è di divertente?”
Annuisce ancora, perché lui le ha chiesto se può baciarla, e del resto non è tanto vero che il tempo fa male, o che esiste la morte, e loro due sono silenziosi e increduli e si guardano con terrore per la prima volta, senza accorgersene.

Pubblicato da tungstano

Scrivo un blog letterario, o almeno ci provo.

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