Enrico e Francesca

“Sta passando un’ambulanza?”
“Non lo so. Potrebbero essere i pompieri o qualcos’altro.”
“No. I pompieri è diversa. Seguili quando non hai niente da fare. Fanno un sacco di cose interessanti.”
“Vorrà dire che è un’ambulanza.”
“Pensa un po’.”
“Hai vinto. Fine del gioco. Mi fai salire?”
“Ah e tu questo lo chiami aver vinto?”
“Madonna. Bella scontata, come battuta.”
“Mai stata famosa per il senso dell’umorismo. Comunque che razza di gioco è? Sono due settimane che sento le sirene a doppio.”
“Un gioco. Qualsiasi. Di cui la tua sensibilità saprà suggerirti il significato.”
“Sì vabbé, siamo ai significati e alla sensibilità. Dai, muoviti, ché qua facciamo notte.”
“Ero ironico.”
“L’ho capito. E quando mi scoccio te ne vai, eh.”
“No. Inizio ad importi la mia presenza, a parlarti mentre tu visibilmente ne hai piene le palle.”
“Uff. Non me ne fai passare una, eh?”
“Ma no. Che c’entra. È che a volte dici cose che trovo francamente scontate.”
“Eh, perché adesso me la sono inventata io la gente che fa esattamente così, che ti parla mentre… ok, sto dicendo una cazzata.”
“Ma no, perché. Io sono esattamente così.”
“E basta! Muoviti.”

“Hey. Già in pigiama. Non ti senti bene?”
“Hm. Qualche linea di febbre.”
“Per questo non sei uscita?”
“Sì. Diciamo così.”
“Tieni, ti ho preso questo.”
“È bello. Che ci faccio?”
“Ah boh! Ci vorrà dell’acqua.”
“Lo so che ci vuole l’acqua. Dicevo che ci faccio.”
“Un po’ quello che ti pare. Puoi osservarlo sfiorire, o elaborarci su delle metafore. O farci m’ama non m’ama, se proprio sei senza far niente.”
“Quelle sono le margherite.”
“Maddài.”
“Vieni. Stiamo in camera mia.”

“La dividi. Sorella minore, giusto?”
“Hm.”
“Com’è?”
“Piccola? Stupida? Oca?”
“Le vuoi bene?”
“Hm. La notte a volte mi infilo nel suo letto. Dice che puzzo, poi però mi lascia stare.”
“Dice che puzzi?”
“Per una appassionata di cosmesi sì.”

“È bello qui.”
“Bello?”
“Riparato.”
“Ecco. Riparato. Tu vai in giro con quel coso?”
“Il casco? O il coso il motore?”
“Beh sì, anche il coso-motore. Però dicevo il casco.”
“Hai idea di quanto faccia freddo in moto?”
“Sì. Sei fradicio. Metti il giubbotto sul termosifone.”

“Qui ci dormi tu?”
“Sì.”
“Anch’io ho il letto duro. Ma… il cuscino?”
“Dormo senza cuscino.”
“Dormi senza cuscino?”
“Hm.”
“E non è terribilmente scomodo?”
“Tu abbracci il cuscino mentre dormi.”
“No. E non sorridere. Quello è mio fratello. Io lo faccio cadere per terra.”
“Eh… però se ti svegli e non lo trovi, lo cerchi.”
“Vorrei vedere. Mica lo posso lasciare lì per terra. Tu invece dormi senza cuscino.”
“Te l’ho detto. Tre volte.”
“Non mi hai detto se è terribilmente scomodo.”
“All’inizio? Come ogni altra piccola rinuncia finché non ti ci abitui?”
“No. Per tutta la vita. Una cosa che ti segna. Ma dimmi una cosa: sei credente?”
“Perché me lo chiedi?”
“Per vedere se ho capito. Sei credente?”
“Sì.”
“Ah sì?”
“Perché pensavi che non lo fossi?”
“Preconcetto. Sei credente. Strano. Praticante?”
“A volte vado a messa. A volte prego però dentro ci metto quello che dico io.”
“E l’istituzione ecclesiastica?”
“Chi se ne frega dell’istituzione ecclesiastica, Enrico.”
“Io ci uscirei scemo, con l’istituzione ecclesiastica.”
“Tu esci scemo con le istituzioni in senso lato.”
“Vero. Quindi hai letto la Bibbia?”
“Bibbia, Iliade e Corano.”
“Iliade?”
“Sì. Per capire il resto. Tu sei credente?”
“No.”
“Perché?”
“Perché è scoppiata la bomba in Via dei Georgofili ed ero stufo di farmi la domanda scema che fanno sempre i bambini. Poi perché semplicemente non avevo fede. Nessuna apertura all’ultraterreno.”
“E com’è?”
“Realtà univoca? Gran senso di solitudine?”
“Che intendi per realtà univoca?”
“Boh, che non c’è niente oltre quello che vedi. Niente di sovrannaturale, nessun disegno; soprattutto niente dopo la morte.”
“Sì. Avevo capito. E cosa c’è?”
“Niente. Miliardi di soggettività.”
“Non è una domanda scema.”
“Dicevo per dire. In realtà tutta la storia del bene e del male è la prima cosa che non mi hai mai convinto. Non in relazione ad un’entità inconoscibile. Il male allontana l’uomo da Dio eccetera eccetera non mi significa niente.”
“Il male allontana l’uomo dall’uomo.”
“L’uomo dall’uomo.”
“Eh.”
“È… non lo so. Una cosa è un dio”
“Basta. Che hai fatto la scorsa estate?”
“Basta?”
“Bisogna metterti dei punti fermi, ogni tanto.”
“Non è detto che sia una cattiva idea. Sono stato in Francia. Tu che hai fatto la scorsa estate?”
“Cioè mare o montagna?
“Non necessariamente.”
“L’estate scorsa… orgia culturale. Ti sta bene come risposta?”
Orgia culturale, ok. E”
“No. Che stai leggendo?”
“Ti piacevano i libri che ti prestavo?”
“Ne abbiamo parlato.”
“Davvero?”
“Non hai tutti i torti. C’era quel racconto”
“Su quelli che vogliono dissolvere l’universo in una massa omogenea, mi ricordo che ti era piaciuto.”
“Paranoidi perfetti incapaci di provare alcuna empatia, che hanno rigettato le emozioni talamiche, l’etica e la morale, che vogliono unificare l’universo eccetera.”
“Allora stavi attenta.”
“Hai visto.”

“Io c’ho pensato a chiederti scusa, Cesca. O a dirti mi dispiace. Entrambe cose che non sono esattamente il mio.”

“Continua. Non ti mangio.”
“Sicura? Tu ora fai gnam, invece. Tu sei il tipo da gnam.”
Sorridono.
“Sicura. Nessuno gnam. Continua.”
“L’avrei anche fatto. Ma mi sembrava un modo per tagliare corto. In più, tu avresti dovuto fare lo stesso, e io l’avrei visto come un altro tagliare corto, o non l’avresti fatto, e allora mi sarei girato di palle.”
“Le pensi davvero tutte. Stai buono, non volevo essere ironica. O saccente. O qualunque altra cosa riesco comunque ad essere, per quanto mi sforzi di non esserlo. Va bene, Enrico. È successo. Non è carino, però se lo picchi se ne va.”
“Lo picchi? Come fai a picchiare un… cos’è, un periodo, uno stato d’animo?”
Sorridono.
“Non è niente, è una cosa non carina che sta lì e ti picchia. Tu devi solo picchiarla più forte. Spiegarti perché eri male, non lo so.”
Spiegarsi perché si è male mi piace. Rende l’idea.”
“Hm. Puoi darle anche un nome, se vuoi. Ad esempio stronza, oppure bastardo. O anche cazzabubbolo, se è per questo. Il nome non è tanto importante.”
“Va bene. Non è importante. Ora sei stanca? Sembri stanca.”
“Hm.”
“Allora vado.”
“Va bene.”
“Ci vediamo lunedì a scuola?”
“Sì.”

“Il coso, il giubbotto, i guanti, avevo qualcos’altro?”
“La sciarpa. Tieni, si è asciugata.”
“Grazie. Ora dormi?”
“Hm. Forse leggo.”
“Che stai leggendo?”
“L’idiota.”
“L’idiota. Ok. Ci vediamo lunedì.”
“Ciao.”
“Ciao.”

Pubblicato da tungstano

Scrivo un blog letterario, o almeno ci provo.

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