Aprile 2002

Era, più che lo scorrere del tempo, l’acuirsi di un’ossessione, il cristallizzarsi delle frasi piuttosto banali che ti si formulavano incessantemente in testa, l’evidenza via via maggiore della tua incapacità di reagire alla mutazione che, di lì a poco, ti avrebbe trasformato in un essere grottesco.

“Una specie di ritardato che gira da una stanza all’altra con un giradischi rotto nella speranza che questo spostamento possa far suonare il disco” è una definizione efficace.

C’è una quantità di sofferenza oltre la quale il cervello altera i segnali nervosi. La schizofrenia è un’ottima copertura per la sofferenza. Il collasso delle tecniche in tuo possesso era carta da parati per gli esperimenti dei loro dottori. Gli esperimenti erano il mobilio della stanza vuota che hai chiamato “Capitolazione”.

Dopo essertene andato in giro per casa un numero considerevole di giorni a sproloquiare di come tutto fosse perduto e a dichiarare che non c’era altra soluzione che un gesto definitivo sei entrato in bagno con un coltello da carne e hai fatto scempio dei polsi. Un film visto poco tempo dopo ti avrebbe insegnato che per morire dissanguati basta recidere le vene verticalmente, che bastano tagli minimi e praticamente indolore. Invece hai combinato un gran casino. Hai cercato di tagliarle orizzontalmente e troppo vicino alle mani, dove sono più difficili da trovare. Hai poggiato il coltello e lo hai premuto forte. Poi hai strappato. Una, due, tre volte. Un dolore lancinante ma il sangue non usciva come avrebbe dovuto. Hai cambiato lato. Uno strappo, due, tre. Ancora dolore, ancora sangue ma non la fuoriuscita costante per cui si muore. Poi hai continuato. Sei arrivato a vedere il gioco dei tendini, il sangue a questo punto era ovunque per terra e sulle pareti, sulla porcellana degli arredi, ma questo solo perché sbattevi contro i muri reso folle da un qualche genere di crisi. Non era abbastanza. Soprattutto non usciva da dove avrebbe dovuto: non era quello gratuito delle vene, era quello della carne che costa tormento. Di vene non ne hai beccata neanche una. Forse devi la vita alla quantità notevole di grasso che le inghiottiva, forse se le avessi viste le avresti tagliate a modo. Ciò che è ancora presente, cosa più vicina di un ricordo, è la sferzata del coltello sui tendini, la scossa che causava. Ancora anni dopo i flash ti fanno star male. Anche da un punto di vista prettamente fisico non è andato tutto a posto. I tendini a volte ti danno l’impressione del cedimento, ad un dolore impalpabile segue una sensazione di vulnerabilità che non ti riesce di sopportare. Oppure fai scricchiolare il collo e una specie di corrente elettrica parte da lì ed esce dalla mano sinistra e questo fa male sul serio.

Ricordi bene l’ospedale, la flebo di sedativo, l’infermiera che hai vista seduta accanto al letto appena hai ripreso conoscenza. Una trama di filato nero teneva insieme la pelle dei polsi, o forse no, c’erano delle bende, stai facendo confusione. 

Il tuo compagno di camera, un signore di mezz’età grassoccio e gentile, portava il pannolone perché non poteva trattenere le feci; uno schizofrenico paranoide di nome Ernesto, vagamente somigliante a un grosso capo indiano, ti ha preso in simpatia e ti ha parlato a lungo, sdraiato accanto a te sul letto ti metteva in guardia dai succhi di frutta avvelenati con cui tua madre ti avrebbe ucciso. Dividevate le sigarette, e il viaggio nel tempo per lui non aveva segreti, era solo un po’ difficile da spiegare.

Berlusconi era così folle che non sapresti definire la sua malattia. Berlusconi faceva il corridoio avanti e indietro ripetendo che “Berlusconi deve dare sette milioni a me a mia madre e a mia sorella” oppure scarabocchiava interminabilmente su dei fogli sparsi concentrandosi sulla fine delle righe. A tavola mangiava con la bocca aperta masticando lentamente, quello che inghiottiva era la minima parte di quello che gli finiva sul bavaglio, così a volte dovevano imboccarlo. Una sera Berlusconi ha visto Berlusconi in televisione e si è profondamente innervosito però era anche soddisfatto, finalmente aveva di fronte il suo debitore.

Il ragazzo triste era stato ricoverato per nulla. La madre aveva detto ai dottori che passava troppo tempo nella sua camera a leggere. I dottori lo avevano ricoverato. Almeno questa era la sua versione. E non che il ragazzo triste parlasse molto.

C’era Gina, che si era iniettata due grani di coca e si era gettata con la macchina giù da uno scoglio. Non era morta, in compenso la notizia era stata passata da una televisione locale, con tanto di ripresa dell’automobile incagliata tra gli scogli. La macchina tra parentesi non era nemmeno sua, ma dello zio. Una bella figura di merda. Ti ha detto tutto questo seduta sul bordo del tuo letto. Sorrideva molto. Ti ha detto di possedere un bar, ti ha chiesto cosa bevessi, ti ha invitato a berlo da lei quando fossi uscito da lì. 

Tempo dopo hai scoperto che il bar che non avevi mai sentito nominare è molto frequentato dai ragazzi della tua età, era passato un sacco di tempo e lei non c’era quando ti è capitato di passarci. Una volta che era al banco hai mandato un amico a pagare, è tornato dicendo che “alla tipa del bar sembra di conoscerti”. Hai inventato una storia credibile e vaga. Ti chiedi come lei stia adesso.

Un ragazzo aveva scelto di essere ricoverato, era l’unico che potesse uscire quando voleva. Era divertente, persino brillante, una sera gli hai detto che la falsa allegria dell’antidepressivo vi avrebbe tenuto compagnia, lui ha sorriso e ti ha preso in simpatia. Ad oggi l’unico sintomo di malattia mentale che potresti ascrivergli era il desiderio di rimanere in quel brutto posto. Ma in quel brutto posto riuscivi a dormire, dopo mesi in cui il sonno era ridotto a tre, quattro ore per notte. Quando era il rimpianto a svegliarti, vivido e lucente e dettagliato, certe mattine di felicità che non avresti più rivisto.

Gli infermieri erano creature comprensive e iridescenti uscite da “Mostri” di Tiziano Sclavi, i dottori ti sembravano mostri, senza Sclavi. Un infermiere in particolare era strano, era forse l’unica persona il cui modo di relazionarsi a te non fosse in alcun modo mediato, in positivo o in negativo, dal contesto e dagli avvenimenti.

Per la rubrica “posti felici” spesso e volentieri sei andato col pensiero a farti ricucire al reparto di Chirurgia Plastica, l’iniezione direttamente nel taglio faceva un po’ male ma il piacere dell’ago che passa da parte a parte portandosi dietro il filo che ripara è impareggiabile. Il primario che riprende gli assistenti perché non si opera come stanno operando, sebbene a te sembra stiano facendo un ottimo lavoro, è genio. Poesia.

Fila perfette di punti. Nessuna sovrapposizione di pelle.

Gli assistenti ti vedono come un essere umano, il primario vede un paziente. Per inciso all’infermiera del pronto soccorso hai fatto solo schifo. La tua mancanza di congetture versatili ti fa pensare ad un’impostazione cattolica, o forse le facevi schifo e basta.

Pubblicato da tungstano

Scrivo un blog letterario, o almeno ci provo.

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